Staccare i nostri ragazzi dal cellulare almeno il tempo necessario a sedersi a tavola per cena è diventata un’impresa? Non vi preoccupate: siete in buona compagnia.

È Davide Algeri, psicologo e psicoterapeuta esperto in nuove tecnologie, fondatore, insieme a Luca Mazzucchelli, del Servizio italiano di psicologia online e tra i primi sviluppatori di applicazioni psicoeducative per cellulari in Italia, a spiegarci quanto comuni siano questi grattacapi.

Si tratta di crucci – commenta, ironico, Algeri – che la mia compagna, anche lei psicologa, e io viviamo in prima persona, visto che abbiamo un ragazzo di quattordici anni. C’è poco da fare, dobbiamo accettare il fatto che la distanza fra noi genitori, che in qualche modo abbiamo iniziato a usare cellulari e computer quando avevamo ormai più di qualche anno sulle spalle, e la nuova generazione di nativi digitali è abissale. Tutto quello che per noi è complesso e di difficile comprensione per loro è l’arena naturale di ogni incontro e dialogo”.

Vale a dire che, per chi è nato dopo il Duemila, la distinzione fra reale e virtuale è molto più sfumata che per gli adulti.Si sono abituati – prosegue Algeri – a comunicare sui social network e attraverso sms. È difficile entrare nell’ottica, ma questi canali sono per loro tanto naturali quanto lo erano per noi una telefonata o un pomeriggio in oratorio. Abbiamo discusso più volte dei diritti e doveri dei ragazzi e alcune cose non sono cambiate da quando eravamo giovani noi: studiare, contribuire ai lavori in casa, ma anche passare il tempo libero come si preferisce, giocare, uscire. Tutto questo è rimasto, ma si sono trasformati gli strumenti. Se noi, per vedere gli amici, usavamo la bicicletta, loro sfruttano gli smartphone”.

di Fabio Zaccaria

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