Nei mesi scorsi, dopo diverse traversie, abbiamo dovuto lasciare la nostra casetta in mezzo al bosco. L’antica casa in stato di semiabbandono che anni fa avevamo fatto rivivere, rimettendola in sesto amorevolmente e facendone il nostro nido, era diventata improvvisamente una trappola di disagi a causa dell’incuria dei proprietari, anziani interessati solo a spremere questi bislacchi cittadini che volevano abitare nel bosco. Così siamo migrati verso una nuova tana, sempre tra i boschi, ambiente che ci appartiene, ci protegge, ci regala silenzio, centratura. Negli anni però siamo cambiati noi e sono mutati il lavoro, gli interessi, le esigenze.

L’altro giorno, seduta al tavolino di un caffè all’aperto del nuovo paesino in cui viviamo, con i boschi tutto intorno, ho pensato che erano anni che non mi sedevo al sole vicino a casa senza prima pulire il cortile dalle foglie secche, il giardino dai fiori appassiti, tavolo e sedie dalla polvere e l’ombrellone dai regali di certi uccellini deliziosi che mi facevano sospettare il passaggio di cormorani. Il sabato degli ultimi anni ero sempre indaffarata in giardino o nell’orto.

Mi è sempre piaciuto moltissimo coltivare, ma ultimamente alzavo lo sguardo verso il bosco, verso i prati, pensando che eravamo un po’ folli a coltivare con fatica, quando in natura c’è già molto da raccogliere. L’ho notato di continuo in questi anni in cui le sportine di tela per la raccolta delle erbe sono sempre state appese nell’ingresso, usate, consumate.

Cosa è accaduto allora? 

 

di Grazia Cacciola

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