L’aria umida si riempie delle grida dei bambini che rincorrono sogni a piedi nudi, su strade di polvere e spensieratezza. Tommi si siede su una panca traballante e sfodera la penna con cui compilare i moduli di richiesta del visto cambogiano. Nel frattempo, una turista tedesca ha già svuotato tutto il suo bagaglio alla ricerca del passaporto.

Siamo a Chau Doc, in Vietnam, sulle rive del fiume MekongInsetti elicotteri volano a pelo d’acqua, tra le bolle dei grossi pesci, mentre la nostra guida si assicura che tutte le carte per il confine siano in ordine. Una minuscola barca attracca e prendiamo posto a bordo. Il respiro si ferma un istante quando Rangsey lancia i nostri zaini sull’imbarcazione, come giocasse a bocce. Quello zaino è diventato casa mia, da qualche settimana a questa parte, e non vorrei dovermi buttare in acqua per salvarlo.

Partiamo. La corrente risucchia i pensieri portandoli a ritroso lungo il viaggio del grande padre Mekong: dal Vietnam fino alla Cambogia, poi Thailandia, Laos, Myanmar e Cina, fino alle vette dell’Himalaya. Quattromilacinquecento chilometri e cento milioni di figli che vivono grazie alla generosità del dodicesimo fiume più lungo del mondo.

 

di Francesca Bresciani (foto di Tommaso Cazzaniga)

 

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