“Più la città è bella e più la gente è bella, come se l’aria vi fosse più buona”. È questo passo del romanzo Le città del mondo di Elio Vittorini (Einaudi, 1969) che secondo Mario Bisson, direttore scientifico del laboratorio sul colore del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, riassume in modo esemplare il rapporto fra uomo e città. “Città belle – chiosa l’architetto – generano persone belle. E contemporaneamente vale l’esatto contrario, ovvero che un contesto urbano brutto favorisce una sorta di fuga sociale, allontana gli individui e li estrania reciprocamente”.

Un approccio, quello di Bisson, che vede in un’urbanistica a misura d’uomo uno strumento indispensabile per migliorare radicalmente la qualità della vita di chi abita la città, di cui l’aspetto cromatico è uno degli elementi fondamentali. “È proprio la perdita di attenzione al colore – spiega il docente – la componente più sintomatica della trasformazione urbana moderna. Per un lungo periodo le città sono state segnate da una generalizzata acromia e dalla conseguente perdita di identità e di connessione al territorio, frutto, soprattutto nell’immediato dopoguerra, dell’imperativo della produttività e dell’urgenza pressante di abitazioni”. Una situazione di disattenzione e degrado che è perdurata fino a pochi anni fa, quando il colore ha cominciato a riappropriarsi del proprio ruolo comunicativo, anche grazie a un aumento della sensibilità sociale sul tema…

 

di Fabio Zaccaria

Foto: Pro Loco di Camogli

 

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