Un famoso spot pubblicitario con cui è cresciuta la mia generazione racconta di un inevitabile momento a cavallo tra i pasti in cui non ci si vede più dalla fame. Quel momento, noto fin dal Medioevo col nome di merenda, era un attimo di riposo e ristoro tra pranzo e cena, che andava però guadagnato col lavoro. Non a caso la parola “merenda” deriva dal latino “meritare”.

Le cose sembrano un po’ cambiate da allora: tanto la merenda d’un tempo era un momento quasi rituale, quanto lo snack odierno, per la sua convenienza e facile reperibilità, per certi versi la banalizza: basta sentire un languorino e la mano raggiunge subito qualcosa con cui calmarlo. Tanto meglio se senza interrompere il tempo produttivo e restando seduti davanti al computer.

Più di tutti, lo snack preconfezionato, diventato un fenomeno di massa a partire dagli anni Cinquanta negli Stati Uniti, è il pasto rappresentativo dei tempi moderni. Al punto da sostituire spesso il pranzo stesso, visto che sfamarsi può persino diventare una seccatura che ci distoglie da attività ritenute più urgenti. “Per certi versi consumare uno spuntino, nella nostra società occidentale, può anche non aver niente a che vedere con l’appetito, dato che la sua funzione può essere semplicemente coprire un vuoto di tempo in cui non si sa che cos’altro fare, un po’ come accendere una sigaretta” fa notare Cinzia Scaffidi, vicepresidente di Slow Food Italia e docente dell’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo.

 

di Ale Pilo

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