Se l’industria del latte non diventa più esperta nel marketing, in modo da aumentare la domanda e rispondere meglio allo spostamento verso le proteine vegetali (…), i suoi giorni sono contati”. Con queste parole si conclude un articolo pubblicato da Western Farm Press, sito del settore zootecnico americano, nel quale sono analizzate alcune problematiche dell’industria lattiera. Parole che suonano come macigni.

Ma un prodotto così diffuso come il latte può davvero avere i giorni contati? Fin da piccoli ci è stato ripetuto in continuazione che una colazione con una tazza di questa sostanza è la più sana, che questo alimento è assolutamente necessario per ossa robuste, e milioni di persone fanno fatica a pensare che si possa farne a meno in cucina.

Pensandoci bene il latte sembra essere ovunque: burro, formaggi, besciamella, yogurt, dolci, panna, sottilette, biscotti, cappuccino, gelati e altro ancora. Quante volte al giorno un italiano lo trova nel suo cibo? Quasi impossibile calcolarlo.

Eppure queste parole sono uno specchio dei tempi che cambiano, di una generazione che sta mettendo in dubbio quanto è stato veicolato come verità assoluta dalla pubblicità e che sta modificando le proprie abitudini. A pensarla allo stesso modo sembra essere anche Judith Capper, consultant per la sostenibilità del settore zootecnico e vincitrice dell’award come Industria lattiero-casearia dell’anno nel 2017. A un meeting mondiale svoltosi a gennaio in Scozia, infatti, anche lei ha lanciato un duro monito ai colleghi: “Se i consumatori non comprano i nostri prodotti – latte, panna, burro, formaggi eccetera – tempo cinque o dieci anni e non avremo più un’industria del latte”.

 

di Essere Animali

Foto: Andrea Tiziano Farinati

 

…continua a leggere l’articolo su FV N33>>