Quando muore un animale a noi caro siamo spesso reduci dall’aver affrontato un bivio, destinato, indipendentemente dalla strada scelta, a farci soffrire e a farci sentire un po’ in colpa. Da un lato l’eutanasia, descritta infinite volte come l’unica via possibile, dall’altro l’insistenza terapeutica, quella volontà di afferrarsi alla vita quasi a non volercene staccare mai, costi quel che costi. Una dicotomia che solo recentemente veterinari, ricercatori e attivisti hanno cominciato a scalfire, lanciando uno sguardo empatico sugli ultimi istanti della relazione fra l’uomo e il suo compagno a quattro zampe.

A parlarcene è Giusi Ferrari, dal 2000 attivista per il movimento di liberazione degli altri animali, giornalista antispecista per Animalmente.it e vegana. “In aprile – racconta – ho assistito una persona a me cara, affetta da una grave malattia terminale. Grazie alle cure palliative, che anche per gli esseri umani sono una conquista tutto sommato recente, è stato possibile accompagnarla dolcemente alla morte. Poco dopo la sua scomparsa, ho poi scoperto che il mio cane Jordan (adottato una volta che il gruppo “Liberiamo Ronaldo dall’Inferno” l’aveva fatto uscire dal canile lager di Noha, in provincia di Lecce, NdR) sarebbe presto morto di tumore. E così un interrogativo ha acceso la mia mente: se ero stata al fianco di questa persona cara mentre si spegneva, perché non avrei potuto farlo anche con Jordan? Era un’ipotesi su cui non avevo mai riflettuto e di cui non sapevo nulla. Come solitamente si fa, ho acceso il computer e mi sono messa a navigare in Internet”.

 

di Fabio Zaccaria

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