Viviamo in un mondo globalizzato, è un dato di fatto. Ci sono persone che viaggiano consumando una colazione a base di caffè e pancake a New York, pranzano con una pizza a Milano e cenano con platano arrostito su una spiaggia di Cuba. Il mondo, grazie alla facilità estrema con cui oggi si possono raggiungere altri continenti, si offre nella sua vasta diversità di sapori e cucine, che poi ognuno riporta a casa e reinterpreta. 

Ma non è un aspetto che riguarda solo la globalizzazione: mangiare è un bisogno primario, l’uomo si è sempre interessato a come si alimentano i suoi simili, spesso adottando procedimenti e cibi, introducendoli nel proprio paese. La polenta, nelle sue diverse varianti, considerata piatto tipico del Nord Italia, in realtà non esisteva fino alla metà del 1600, quando fu importato il mais e si iniziò a coltivarlo anche nel nostro paese. Sorrido sempre davanti alle pretese di purismo di alcuni chef nei confronti del risotto, nato invece come piatto povero, legato a un’economia di base in cui si buttava nella pentola del riso tutto ciò che si aveva, tirandone fuori un pasto. 

Spesso può essere difficile tracciare un confine tra ciò che è veramente “tradizionale” e quanto di una cultura alimentare è stato influenzato da forze esterne. Se oggi in Toscana propongono il risotto alla milanese in una versione molto più sana, con soffritto a base di olio, noi inorridiamo e invochiamo la tradizione… una tradizione che ha storia breve! Infatti si tratta di un alimento asiatico, che arrivò inizialmente…

di Grazia Cacciola

Foto: Fotolia

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