Frigoriferi addio: a cullare i frutti della Val di Non ci pensano chilometri di gallerie e gigantesche grotte.

Vi siete mai chiesti come facciano le mele a essere sempre così croccanti e fresche in ogni momento dell’anno? Dimenticatevi improbabili coltivazioni in serra o strani viaggi aerei da un capo all’altro del mondo. La quasi totalità dei pomi che consumiamo ogni anno in Italia, qualcosa come due milioni di tonnellate, sono un prodotto cento per cento italiano. E fino a ieri la magia che ne permetteva la deliziosa fragranza era tanto semplice quanto vecchia: enormi frigoriferi. Immensi capannoni industriali refrigerati in cui dormono sprofondati in un sonno lunghissimo, durante settimane e mesi che per loro non sembrano passare mai e che anzi, come per il buon vino, contribuiscono a renderli ancora più gustosi, regalandoci la possibilità, a ottobre come ai primi di aprile, di sentire quel meraviglioso “croc” ogni volta che ne stacchiamo un morso.

A cambiare le carte in tavola, però, dando il via a una vera e propria rivoluzione produttiva tutta orientata alla sostenibilità, ci hanno pensato due nomi dell’imprenditoria trentina: da un lato la Tassullo Spa, colosso nella produzione di materiali per l’edilizia, e dall’altro Melinda, consorzio di produttori cui fanno capo sedici cooperative e oltre quattromila soci frutticoltori, per una produzione annua di trecentocinquantamila tonnellate di mele (circa un miliardo e mezzo di golosi frutti destinati a finire sulle tavole di trentacinque milioni di consumatori).

Il progetto “Ipogeo”, questo il nome scelto dai promotori, è nato nel 2010, per oltre quattro anni è stato sviluppato attraverso studi e analisi che hanno coinvolto numerosi istituti di ricerca italiani e stranieri ed è semplicemente geniale: trasformare le immense gallerie scavate per estrarre roccia dal cuore delle Dolomiti in magazzini naturali per la conservazione dei frutti raccolti poco lontano.

di Fabio Zaccaria

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