La globalizzazione ha fatto entrare il mondo in casa. La nuova sfida è quella di far diventare il mondo “di casa”. Un processo possibile grazie a un percorso di accoglienza che deve partire dalla scuola e sin dalla tenera età. È così che la diversità diventa un’opportunità di crescita, come spiega Graziella Favaro, esperta in materia di integrazione.

Come e da quando l’immigrazione ha cambiato la scuola?

Si contano circa trent’anni di presenza di ragazzi stranieri nella scuola, con un dato più vivace dal 2000 con i nuovi nati nel nostro paese. Un documento europeo, che analizza le modalità di integrazione, descrive l’Italia come un modello asistematico, con isole di eccellenza, ma a macchia di leopardo.

Come dovrebbe essere la buona integrazione scolastica?

Le condizioni sono: attenzione allo sviluppo linguistico puntando alla qualità dell’italiano sin da piccoli; facilitare l’inserimento nella scuola d’infanzia dei figli di immigrati, perché un quarto di loro non la frequenta; attenzione alle modalità di accoglienza e inserimento, che vuol dire non penalizzare i bambini in arrivo mettendoli con alunni di età inferiore. Una scuola efficace pratica un’apertura sul mondo, quindi ci deve essere una gestione positiva delle differenze. Se il nostro compito è puntare a un italiano di qualità, il messaggio deve essere che ogni lingua ha valore e ogni riferimento culturale è degno di essere conosciuto.

In Italia quanto siamo vicini a questo modello?

Negli anni c’è stata una diffusione di buone pratiche, ma la criticità rimane l’assenza di uno standard nazionale. Ci sarebbe bisogno di una formazione a tappeto per gli insegnanti in merito alle tappe di apprendimento e agli accorgimenti da seguire in classi multiculturali.

di Sandra Colbacchin

Foto: Fotolia

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