Un tempo a scuola era di rigore indossare il grembiulino nero con il fiocco blu; c’era un’unica maestra che guidava i suoi scolari durante i cinque anni delle elementari; alla maestra si dava del “lei” e ci alzavamo in piedi quando entrava. Ci si annoiava parecchio. Le amicizie strette sui banchi di scuola, in un piccolo paese, duravano per tutta la vita. Come le inimicizie. In quel mondo ristretto, in quel villaggio isolato abbarbicato fra i monti, in bilico tra un eremo e una località turistica di nicchia, tutto ha un seguito: buono o cattivo. I miei genitori, in passato contadini, avevano una panetteria: l’attività affondava le sue sudate radici in numerosi mutui, ma agli occhi ipercritici dei compaesani apparivamo come dei capitalisti, dei goderecci scatenati, perché nessuno in famiglia lavorava in officina, in miniera o nei campi. Non riflettevano sul fatto che gli operai avevano in quell’epoca un salario assicurato, mentre noi non sapevamo mai se avremmo onorato o meno gli impegni con le banche. Bambina rosea e rotondetta, zampettavo tra la bottega e il laboratorio: mi avevano abituata a lavarmi le mani a più riprese, per ovvie ragioni di igiene. Continuavo così a lavarmi spesso anche a scuola: dove i miei compagni\e mi consideravano un’inguaribile sprecona perché “l’acqua si paga!” come berciava regolarmente la saputella figlia del cantoniere, Mirella, che aveva   della pulizia un concetto assai diverso. Adesso è diventata assessore comunale: ed è rimasta bisbetica. Figlia unica, non avevo praticamente mai intravisto coetanei fino alla prima elementare: ero pronta a stringere tante amicizie con tutta l’ingenuità del caso, convinta che tutti fossero in buona fede come lo ero io, con i miei indifesi sei anni. Nulla, nella mia quotidianità ovattata gestita unicamente da adulti che mi volevano bene, mi aveva preparata prima di allora alle ripicche, ai litigi, alle invidie, che per tutta la vita mi avrebbero ferita più del dovuto.

Nel banco dietro al nostro, scherzavano allegri e scanzonati Rossano e Giovanni, amici inseparabili. Rossano, preciso quanto zelante, puntuale, rigoroso e metodico, troppo saggio rispetto all’età anagrafica, era quello che si impegnava di più negli studi. Ma Giovanni riusciva sempre a lisciarsi le penne grazie agli sforzi dell’amico: che gli passava i compiti e gli spiegava le lezioni, ma di fronte all’insegnante si impappinava miserevolmente. Giovanni invece sfoderava disinvolto quella formidabile eloquenza destinata in futuro a garantirgli una carriera politica stupenda, sfolgorante. Volete sapere com’è andata a finire ? Rossano è diventato veterinario: è rimasto in paese, sovente si occupa di animali in difficoltà senza trarne profitto.  Soccorre numerose colonie feline aspettando con incredibile ottimismo che le gattare possano sdebitarsi. Assiste ai parti del bestiame e se gli allevatori riescono ad impietosirlo (non è difficile!) si accontenta di un compenso in ortaggi. Naturalmente, trova  il tempo per assistere scrupolosamente gli anziani, petulanti genitori di Giovanni: che, diventato senatore, si è trasferito a Roma e torna a casa rarissimamente. Quando arriva, distribuisce generosamente luminosi sorrisi e Rossano si commuove per la fiducia che gli dimostra.

Ma la mia migliore amica, alle elementari, poi alle medie e alle magistrali, è stata Amedea. Figlia unica come me, di pacifici e metodici genitori  impiegati in una ditta poco distante; amava gli animali e le letture come la sottoscritta: fu naturale scambiarci romanzi e confidenze, sussurrarci i primi segreti, condividere speranze ed entusiasmi. Lei era agile, iperattiva e spigolosa, io paffuta e beatamente pigra, ma quando si è bambini si è meno critici. Ci siamo diplomate, fidanzate e sposate, lei con Mario ed io con Luca,  senza perderci di vista. Sempre insieme: alle feste, nei fine settimana, a fare compere. Poi è arrivato il tempo delle lacrime per ambedue. Mi sono ritrovata improvvisamente vedova con due figli ancora adolescenti, Mauro e Marisa. Mentre Amedea ha divorziato: Mario aveva una relazione extraconiugale collaudata da cui era nato un bimbo. Lei non ha mai avuto bebè, sebbene li desiderasse molto e avesse affrontato senza successo numerose terapie contro la sterilità femminile. Quando sono cominciati i primi screzi ? Come si incrina un’alleanza storica ? In maniera impalpabile, sibillina, lo strappo subdolo si allarga, aggravato da sottili scaramucce apparentemente innocue, da diversità che non analizzeremmo neppure se in quel frangente fossimo meno fragili. L’infelicità è contagiosa, non aiuta.

La casa di Amedea è sempre sfolgorante di adamantina pulizia, di abbagliante candore. Rientrata dall’ufficio dove svolge con soddisfazione e con ferrea disciplina un lavoro ben pagato, la mia amica si dedica con incrollabile slancio a innumerevoli mansioni casalinghe: lucida, spolvera, deterge, deodora. I suoi centrini sono sempre inamidati; nella sua libreria non si intravede mai un volume fuori posto;  i suoi animali sono di razza,  sterilizzati, microchippati, vaporosi e lustri come confetti.  Nel tempo libero, naturalmente Amedea va in piscina e in palestra. Ben diversa è la mia situazione: ho lavorato fino al matrimonio con Luca nella panetteria di famiglia, e una volta sposata mi sono dedicata soprattutto ai figli. Sovente trascorrevo comunque mezza giornata aiutando papà e mamma mentre i bimbi si rincorrevano in negozio. Ma non ho mai avuto un vero lavoro, né una busta paga. Luca è morto improvvisamente in un incidente, lasciandomi sola in una sera foderata di nebbia, quando i miei genitori, ceduta l’attività, si erano da tempo trasferiti in Florida. I miei figli, già assorbiti dalle prime cotte, non vollero che li raggiungessimo definitivamente. Amano i nonni teneramente, ma guai a parlare di cambiare Paese, abitudini, ritmi. Mi sono quindi ritrovata a lavorare per necessità in parecchi posti diversi in età non più giovanile. Lavori al limite dello sfruttamento, senza orario, mal retribuiti, basati sui compromessi. Il mio alloggio è quindi scivolato nel più completo disordine: le mie priorità, del resto, erano sempre state altre. Amedea storceva il naso ipercritica, fiutando la polvere come un segugio annusa la preda: secondo lei, avrei dovuto educare Mauro e Marisa ad aiutarmi, persuaderli a svolgere una parte di lavori casalinghi. Io non volevo trasformare la casa in una caserma, né infierire su due giovanissimi che avevano perso di recente il babbo e visto allontanarsi i nonni con cui erano cresciuti. Tolleravo la biancheria sparsa ovunque, la musica a  volume da discoteca, le frotte di amici con tanto di piercing a qualunque ora. L’importante  era che i miei ragazzi sembrassero felici: non facevano nulla di male. Compensavo preoccupazioni e dolore aggrappandomi a profumati vassoi di dolci, che divoravo la notte tardi, assaporando qualche film a lieto fine in tivù. La mia linea, se mai ne avevo avuto una, non poteva certo competere con la figura agile, asciutta e tonica di Amedea. Sembravo un barattolo. Nel mio praticello si davano convegno cani e gatti di incerta provenienza e confusa genealogia: li sfamavamo e accoglievamo, ma non potevo certo sterilizzarli tutti a mie spese come suggeriva insistentemente la mia amica. Neppure l’inconfondibile altruismo di Rossano il veterinario avrebbe retto. Così, nascevano cuccioli da sistemare, che occupavano il mio sgangherato divano in attesa di adozione. Amedea brontolava perché rifocillavo folti gruppi di spelacchiati quadrupedi senza indagare sul fatto che avessero un padrone o meno: arrivavano e mangiavano, lei prima di elargire qualche ciotola di pappa calda voleva sapere a chi la offriva, se il cane o gatto di turno era veramente randagio o semplicemente in giro, svolgeva delle autentiche indagini a cui io non potevo certo dedicarmi. Se le bestiole avevano appetito provvedevo: in paese, dicevano che buttavo i soldi dalla finestra. Tra un battibecco e l’altro, eravamo volontarie in due canili diversi: finimmo per litigare in merito alle prerogative di una o dell’altra struttura, ciascuna pretendeva che la “propria” fosse in assoluto la migliore. Inoltre, la mia amica dei tempi della scuola era assolutissimamente, ferreamente vegana, nonché salutista e igienista. Non beveva alcol, non fumava e non consumava nessun derivato animali.  Condannava  con veemenza chi indossava pellicce, ma sfoggiava impalpabili camicette di seta, e scarpe in pelle senza accettare contradditorio. Vivendo con la mia irrequieta progenie, non potevo certo imporre un regime altrettanto integralista senza incappare in una vivace insurrezione. Lei mi tacciava di debolezza. Mi capitava di tanto in tanto di assistere qualche signora anziana: in provincia, non si ha del pagamento un concetto immediato o quasi come in città. Le nonnine, quando non avevano più bisogno di me, si sdebitavano in qualsiasi modo….purché non si trattasse di aprire il portafoglio. Mi ritrovai così in possesso di un paio di pellicce usate: che indossavo perché comunque mi risparmiavano l’acquisto di una giacca che non potevo permettermi. Amedea mi classificava come assassina: dimenticando che calzava scarpe di pelle e camicette di seta. E guardandosi bene dal regalarmi un giaccone ecologico sportivo che avrebbe fatto la mia felicità. Consigliava, ammoniva, sentenziava, ma raramente era solidale in modo concreto.

La rottura definitiva, dopo anni di acidità reciproche, è arrivata quando mi sono innamorata, corrisposta, di Nando. Uno scapolo maturo, un ex latin lover scapestrato deciso ad accasarsi allo scoccare della cinquantina: un brav’uomo con un lavoro a tempo indeterminato, un tipo un tantino grezzo, ma generoso e ben deciso a farsi benvolere da Marisa e Mauro. Buona parte dei nostri guai, dopo anni di fragilità, erano finiti. Pronunciavo trionfalmente il mio secondo sì. Mi facevano corona i miei genitori, arrivati dalla Florida per l’occasione; i miei figli con i rispettivi amori; una moltitudine di compaesani che quando non sapevo come arrivare a fine mese fingevano di non conoscermi. Amedea era sempre sola. Troppo guardinga per fidarsi ancora di un uomo. Mi tolse il saluto quando scoprì il terribile segreto che avevo cercato di nasconderle: Nando, che non mi impedirebbe mai di raccogliere l’ennesimo randagio e che coccola  le bestiole che adotto, discende da generazioni di cacciatori e va a caccia a sua volta. Confesso di aver rinunciato a ogni polemica: cercando ciò che unisce più di quello che ci divide. Difficilmente un marito di quell’età cambia totalmente e sono troppo esausta per bisticciare. Ho rinunciato a una battaglia persa. Per amore, come dico io? E\o per interesse, per pecorile quieto vivere come sostiene Amedea ? Dio solo lo sa.

Fatto sta che ci siamo perse di vista per moltissimo tempo. Intravedevo la mia amica su Facebook quando mi dedicavo alla navigazione in rete piuttosto che agli addominali. Finché un sabato, mentre ero di turno al canile, Rossano il veterinario è arrivato trafelato con un bassotto in braccio. Era Speedy, lo scattante, pulitissimo bassotto di Amedea ! Lo avevano recuperato mentre vagava tra i tavolini del bar della stazione: l’esercizio dove ogni mattina Amedea si concede un caffè d’orzo senza zucchero. Era preoccupante che quel lindo animaletto, ben curato e ben protetto, si aggirasse solitario: per nulla al mondo la sua padrona lo avrebbe permesso se fosse stata bene. Qualcosa di spiacevole doveva essere accaduto alla sua inossidabile proprietaria. Rossano ed io ci precipitammo a casa sua. La porta era spalancata, l’alloggio a soqquadro….e Amedea gemeva, legata e imbavagliata in un angolo, coperta di lividi. Sarebbe rimasta in quelle condizioni finché i  colleghi ne avrebbero notata l’assenza il lunedì….se Speedy, bassotto poliziotto, non fosse riuscito a sgusciare all’aperto precipitandosi al bar: era stato il suo modo di cercare aiuto nel posto che conosceva meglio. Le guardie comunali, chiamate dal barista, lo avevano consegnato a Rossano. Così Amedea è stata soccorsa, slegata, portata per qualche accertamento nell’ospedale più vicino. E, dimessa fulmineamente, si è trasferita per qualche giorno in casa nostra: dove la vecchia amicizia storica è finalmente rifiorita, superando ogni diversità. Nando si è prodigato per rimettere in sesto il suo appartamento devastato dai ladri. E da allora ci frequentiamo regolarmente, felicemente….Senza pungolarci a vicenda. Inutile aggiungere che  Rossano si adoperato per rincuorare e curare gli animaletti di Amedea: i gatti e gli altri due cagnetti traumatizzati dall’arrivo dei malfattori, quattro zampe indifesi che abbiamo trovato uggiolanti, sconvolti, tremanti, nascosti nei luoghi più impensati. Li ha ospitati nel suo ambulatorio, li ha rimessi in sesto e li ha riportati alla legittima proprietaria….Offrendole un fantastico mazzo di rose rosse !! E Amedea sta ricominciando a fidarsi del sesso forte !!

a cura di Edi