Ilaria Campanari, in modo inusuale, nel 2014 si è laureata in Lettere e Filosofia presso La Sapienza di Roma, Dipartimento di Storia contemporanea, con una tesi sugli allevamenti intensivi. Ora la sua ricerca, ben documentata e precisa, diventerà un libro, in uscita a novembre con la casa editrice Enea. Occasione perfetta per parlare di passato, futuro e alternative all’allevamento industriale.

Come si è arrivati al momento storico in cui l’animale, allevato in modo utilitaristico ma nel rispetto delle sue necessità fisiologiche, è diventato un semplice prodotto?

Alla base di un simile cambiamento c’è il processo di trasformazione di un essere vivente in una cosa, lo stesso processo per cui al momento della vendita si cerca di presentare il prodotto animale il più lontano possibile dalla sua forma originaria. Determinate consuetudini hanno creato col tempo delle vere e proprie dissociazioni mentali: basti pensare a una comune gita scolastica in fattoria, dove gli animali vengono presentati in termini affettuosi a bambini che spesso non sono nemmeno pienamente consapevoli di alimentarsi degli stessi.

L’industria dell’allevamento intensivo è stata una delle prime forme di produzione industriale del XX secolo, al punto da ispirare Henry Ford.

A differenza di quanto si tramanda, il moderno sistema produttivo della catena di montaggio non nasce nell’industria automobilistica, bensì nei mattatoi di Chicago, dai cui carrelli sopraelevati Henry Ford trasse ispirazione e riguardo ai quali Jeremy Rifkin ha coniato l’espressione “catena di smontaggio”.

 

di Ale Pilo

Foto: Fotolia

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