E se improvvisamente i supermercati scomparissero e tutti tornassero a fare la spesa nel negozietto sotto casa? O addirittura andassero a far compere in cascina, così come si usava fino a non molti anni fa? O ancora, se il salto indietro nel tempo fosse più lungo e tutti mangiassero quello che hanno cresciuto con le loro mani?

 

Per i moltissimi italiani che già oggi si rivolgono ai mercati a chilometro zero e che, come noi, non possono fare meno di adorare la frutta appena colta dall’albero o le verdure che profumano della terra umida dell’orto, non potrebbe essere che un sogno.

 

Ma proviamo a immaginare cosa succederebbe a chi una scelta alimentare vegan non l’ha fatta; a quegli onnivori che l’accorciamento della filiera alimentare non porterebbe di fronte a filari di vegetali, ma sulla soglia di un allevamento.
Quello di cui sono convinta spiega Annamaria Manzoni, psicologa e scrittrice vegan – è che l’allungamento della filiera produttiva, verificatosi soprattutto negli ultimi decenni, ci ha permesso di ignorare il dolore che le nostre scelte comportano. Nel mondo occidentale, parlando dei prodotti di origine animale, la gran parte delle persone ha imparato a non vedere più nessun collegamento fra quello che acquista nei banchi dei supermercati e la loro origine. Insomma: per la quasi totalità della gente, fra un hamburger e una mucca al pascolo è come se non esistesse alcun rapporto. E l’industria alimentare su questo aspetto ci ha giocato sempre moltissimo. Anzi: direi che ha fatto di tutto per promuovere questa sorta di schizofrenia; chi opera in questo settore ha sempre avuto tutto l’interesse a far sì che il consumatore trovi quanti più ostacoli possibile nel mettere in relazione quello che mangia con la tragedia degli allevamenti intensivi e la morte di milioni di animali.