Tra filmati di allevamenti intensivi e ricerche scientifiche avete finalmente convinto nonno a diventare vegan per curare la prostata, mamma per alleviare l’artrite e zio per abbassare la pressione. Inutile negarlo: è stata un’impresa titanica. Ci sono voluti più di due anni, con tanto di distribuzione regolare di assaggi, inviti a pranzo frequenti, fotocopie con ricette base e tirocinio a domicilio. Ma ne è sicuramente valsa la pena. Ci siamo passati tutti: ogni volta una certa soddisfazione ci pervade. Anche noi, un domani, continueremo a mangiare vegetale, per rispetto dei nostri amici animali, per l’ambiente e per mantenerci in forma. Niente di più facile (almeno così pensiamo) per chi, come noi, è già abituato. Eppure percepiamo una sorta di incertezza mista a preoccupazione. Rimane come una variabile in sospeso, un’evenienza che non è poi così remota: che cosa succederebbe se a un certo punto dovessimo dipendere da qualcun altro, se non fossimo più noi a decidere che cosa mettere nel piatto? Un quesito che è sorto spontaneo dopo la caduta di nonno e l’inizio della sua convivenza con una badante. 

NON APRITE QUEL FRIGO

La badante, sì, una presenza con cui non avevamo fatto i conti. Ignorando la sua espressione inebetita, da mesi le facciamo elenchi della spesa che contemplano tutti i tipi di ortaggi, rigorosamente bio e di stagione, frutta a basso indice glicemico, pacchetti di legumi, cereali integrali, semi, alghe e germogli. Del resto l’abbiamo convinta fin dall’inizio, sottolineando i benefici che questa dieta avrebbe portato anche alla sua salute, oltre che alla sua stazza (non proprio “costituzionale”, come lei ritiene). Ma aprendo il frigo di nonno ecco che sbianchiamo: di verde c’è solo un uovo sodo andato a male…

di Rita Spàngaro

Foto: Adobe Stock

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