Ricordo quand’ero bambina, scolara delle scuole elementari; la mamma e il papà erano impegnati con il lavoro e spesso erano i nonni a prendersi cura di me. Con mio nonno andavo a erbe: le distinguevo, raccoglievo, pulivo, le mettevo su grandi reti in solaio per essiccarle o nel distillatore per estrarne l’essenza (soluzione che preferivo perché era divertente osservare i liquidi colorati che volteggiavano nei tubicini trasparenti, sospinti dalla mini caldaia da me accesa).

Ma era mia nonna che riusciva a conquistarmi di più con i suoi imbattibili lavori in cucina: torte, tortelli, passatelli, pizze… quante ne abbiamo fatte assieme! La mia vice mamma e io in cucina eravamo una forza: lei faceva le cose per bene e io la facevo dannare! Abbiamo iniziato così, con il pane: coperta da un grembiule più grande di me, dopo un minuto non badavo più alla scomodità dell’uniforme per immergermi letteralmente nella farina; la polvere di grano, impalpabile, finiva ovunque, manovrata dalle manine inesperte.

Acqua, farina, poi… ancora un po’ d’acqua, di farina, acqua, farina fino a che non veniva la giusta miscela perché il composto stesse assieme, cosa non semplice per chi non sapeva dosare a occhio e non era in grado di aiutarsi con la bilancia. Ed ecco pronto una sorta di pongo, potenzialmente edibile, per creare formine.

di Annalisa Zecchi