Sibilla, piegata in avanti e a poca distanza dalla bocca del forno, controlla che la legna arda a dovere. Mi guarda con la coda dell’occhio e assapora il piacere di insegnarmi qualcosa che non so, a me che vengo dalla città, ho studiato tanto e mi ha vista anche in televisione. Ha ottantasei anni, non ne dimostra che una settantina e vive da sempre su queste montagne, in una casa che hanno abitato i suoi genitori, i suoi nonni e generazioni che si perdono nei ricordi.  

È una tipica casa rurale in pietra dell’Appennino Tosco-Emiliano, una di quelle in cui per generazioni si è fatto il pane nel forno a legna, una casina in miniatura posta vicino all’abitazione. Il forno che ha due aperture: verso l’esterno se si vuole cuocere stando all’aperto, come in questa stagione, e verso l’interno se si vuole sfornare il pane al coperto, magari perché nevica.

Oggi son tutti signori e comprano il pane già fatto. Delle volte lo fo anch’io, lo prendo bianco che quando sei lì sembra che ha un così buon profumo e poi lo porti a casa e che tu ti credi… ’un’è bono nemmeno per la zuppa! Sibilla ride di se stessa, lei che fa un pane così buono che glielo chiedono tutti.

 

 

di Grazia Cacciola

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