Il 19 luglio si aprirà a Rosolina Mare, provincia di Rovigo, la XXI edizione di Voci per la Libertà – Una Canzone per Amnesty, festival che promuove le istanze contenute nella Dichiarazione universale dei diritti umani attraverso l’arte, sfruttando musica, installazioni, fotografia e molto altro ancora. La manifestazione si concluderà domenica 22 luglio con la consegna del Premio Amnesty International Italia a Dario Brunori per il brano L’uomo nero.

Alla vigilia dell’appuntamento facciamo il punto sul rispetto dei diritti umani con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ong che produce l’evento assieme all’associazione Voci per la Libertà.

Due anni fa, in occasione dell’assegnazione del Premio Amnesty International Italia a Edoardo Bennato, c’eravamo sentiti per capire qual era la situazione dei migranti. Cos’è cambiato da allora?

Adesso arrivare in Italia è sempre più difficile: nel corso del 2017 abbiamo concluso accordi con vari soggetti in Libia e in particolare abbiamo messo la Guardia Costiera libica nella piena condizione di intercettare in mare e riportare sulla terraferma i migranti che partono; di conseguenza la sofferenza nei centri di detenzione libici ha raggiunto livelli senza precedenti. Dall’altro lato chi s’è ostinato a fare ricerca e soccorso in mare s’è ritrovato vittima di ostracismo, di norme, di linee guida e persino di inchieste giudiziarie come è accaduto dall’aprile 2017 per gli ultimi quattordici mesi. Gli “angeli del mare” sono diventati gli “angeli del male”; e quindi sì, è cambiato, ma è cambiato in peggio.

Cosa ti è piaciuto del brano L’uomo nero?

Al di là dell’autore che ha una sua storia di impegno, mi piace il tono ironico, puntuale riproduzione di quelle “chiacchiere da bar”, quell’effetto eco, per cui si ripete senza argomentare una cosa che si è sentita un attimo prima, con il risultato che il minuto dopo viene riferita a un’altra persona.

L’uomo nero, quindi, riporta fedelmente quelle “chiacchiere da bar” che noi volevamo arginare, mentre ora sono in Parlamento…

Non è che prima in Parlamento – e nel governo che ne derivava – ci fosse un clima positivo, di belle parole. Certo c’è una corrispondenza tra quelle che appunto noi chiamiamo “chiacchiere da bar”, che vengono veicolate attraverso i social media, e questo linguaggio irresponsabile, xenofobo, discriminatorio che è di nuovo in Parlamento; ed è di più in Parlamento. È un problema, perché noi abbiamo sempre detto che chi ha ruoli istituzionali o chi ambisce ad averli dovrebbe fare del linguaggio un uso moderato, sobrio, astenendosi dal dividere e dal riprodurre quell’approccio “noi contro loro” che ormai è diffusissimo. Noi li monitoriamo e non c’è dubbio che continueremo a verificare e contrastare le frasi piene di rabbia e intolleranza.

 

 

di Redazione

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