Ha quasi cent’anni, ma non li dimostra. È il metodo Steiner-Waldorf, approccio basato sullo sviluppo dell’individualità e sul piacere dell’apprendimento tramite creatività e manualità. Tutto ebbe inizio nel 1919 quando Emil Molt, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf di Stoccarda, affidò al luminare della pedagogia Rudolf Steiner un progetto educativo e didattico per i figli degli operai. In quasi un secolo il metodo ha girato il mondo arrivando anche in Italia, dove si contano più di quattromila studenti per trentacinque associazioni iscritte alla Federazione delle scuole Steiner-Waldorf in Italia. Un percorso che, alla vigilia del centenario dalla nascita, è tutt’altro che superato, come ci racconta il dottor Sabino Pavone, vicepresidente della Federazione e consigliere dell’Associazione nazionale insegnanti Steiner-Waldorf in Italia.

Dottor Pavone, qual è il principio cardine del metodo Steiner?

Alla base c’è una pedagogia suddivisa in tre grandi periodi: dalla nascita ai sette anni, dai sette ai quattordici e dai quattordici ai ventuno. I settenni sono stabiliti in base a quando, secondo Steiner, le tre facoltà imprescindibili dell’esistenza umana, cioè volontà, vita del sentimento e facoltà di pensiero, sono fisiologicamente pronte per poter essere educate.

Cosa accade nei tre cicli?

Se nel primo settennio i bambini apprendono tramite l’imitazione, nel secondo ciclo le materie di insegnamento, configurate in modo artistico, diventano strumento di educazione. Il terzo settennio, che vede la fioritura dell’individualità, stimola lo sviluppo attraverso una molteplicità di insegnamenti tra lezioni frontali, laboratori, progetti interclasse e individuali, facendo cimentare i ragazzi in campo conoscitivo, artistico e pratico-manuale.

di Sandra Colbacchin

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