Quello tra bicicletta e auto è un rapporto da sempre conflittuale, e regolarmente, a rendere le cose ancora più incandescenti, torna alla ribalta il dibattito sulla necessità del casco per i ciclisti. Obbligo che in Italia potrebbe presto, almeno in parte, diventare realtà: all’inizio di luglio la Commissione Trasporti lo ha approvato per i minori di dodici anni, ora la palla passa a Camera e Senato. 

Ma al di là della battaglia ideologica, indossare una protezione serve davvero? Alcuni dati: secondo uno studio norvegese, pubblicato nel 2018 dall’Institute of Transport Economics di Oslo, il caschetto riduce del 48% il rischio di trauma cranico e del 60% il rischio di gravi lesioni alla testa. Utilizzarlo può salvare la vita e infatti le principali associazioni italiane di diffusione della mobilità a pedali, tra cui FIAB, Legambici, Salvaiciclisti e Famiglie senz’auto, consigliano di farlo. Tuttavia in un comunicato stampa congiunto queste organizzazioni hanno espresso la propria contrarietà a qualsiasi legge che lo renda necessario, evidenziando i limiti e le controindicazioni di questa misura.

Secondo uno studio svedese, una legge che ne ha imposto l’uso ai minori in età scolare ha portato in Svezia a una drastica riduzione dell’utilizzo delle due ruote. Trend confermato da un’altra ricerca in Australia: in seguito all’obbligo, l’uso della bici per andare a scuola tra gli adolescenti si è ridotto del 30%. Insomma, parrebbe che leggi di questo tipo rendano l’uso della bici meno “cool” e ne scoraggino l’utilizzo. Potrebbe sembrare un’obiezione risibile, ma va presa seriamente: visto che vari studi concordano sul fatto che migliori condizioni per i ciclisti vengono garantite dalla cosiddetta sicurezza nei numeri (cioè maggiore è il numero dei ciclisti, minore è la probabilità per chi pedala in città di essere vittima di un incidente), leggi di questo tipo paradossalmente rendono le forme di mobilità dolce meno sicure…

di Alessandro Pilo

Foto di AdobeStock

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