Da febbraio un precipitarsi di eventi dei quali non abbiamo mai avuto esperienza diretta ha stravolto le nostre esistenze: la paura dovuta a un virus sconosciuto, l’isolamento sociale, la trasformazione delle nostre case in luoghi di lavoro o studio e, nei peggiori casi, i lutti. Molto, a volte troppo, da gestire psicologicamente. Così l’Università di Torino, attraverso la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute del Dipartimento di Psicologia, ha attivato da subito colloqui di supporto a distanza per il personale e gli studenti che ne sentissero la necessità. Molti si sono rivolti al servizio, che garantiva cinque incontri in remoto durante l’arco di tempo di un paio di mesi.

La nostra curiosità ci ha spinti a intervistare Daniela Converso, professoressa ordinaria di Psicologia della Salute e responsabile dello spazio d’ascolto, per capire in modo più approfondito le sfide che hanno – e abbiamo – dovuto affrontare e cosa hanno lasciato.

Quali sono state le prime esigenze comuni a inizio emergenza?

Subito sono arrivate molte richieste, più di un centinaio in poche ore, a testimonianza della condizione di ansia e preoccupazione che in un primo tempo ha segnato le giornate di noi tutti, passati a una condizione inimmaginabile fino a poco prima. 

Uno stato di apprensione che ha colpito più duramente quanti, per i motivi più disparati, avevano alle spalle situazioni di maggiore vulnerabilità allo stress. Paura e angoscia erano molto presenti nei primi colloqui, associate spesso a un grande senso di impotenza e fragilità.

Come si sono modificate le esigenze col passare dei giorni?

Chi ha avuto accesso nei primi giorni ha manifestato un disagio differente rispetto a coloro che hanno cominciato più tardi, quando mancava la condizione di sorpresa e la quarantena non era più qualcosa di impensabile, ma nel secondo caso l’ansia non era necessariamente meno presente: rispetto a marzo era solo alimentata da problematiche diverse. L’altro aspetto che si è modificato nel tempo era una resistenza sempre minore verso i colloqui di supporto psicologico in remoto. 

Le strategie che si sono rivelate utili a fronteggiare questa situazione sono quelle relative al controllo: una riorganizzazione degli spazi abitativi, ad esempio, con la disposizione di zone dedicate esclusivamente al lavoro o allo studio pare abbiano riscosso un discreto successo.

Qual è stato il cambiamento imposto alla routine che è pesato di più durante la pandemia?

Anche in questo caso le specificità individuali sono state profonde, certamente legate anche all’età e, per esempio, al vitale bisogno di mantenere relazioni sociali per i più giovani. La solitudine era per molti un tema centrale, al quale era unito il disagio principale, che li ha mossi a chiedere aiuto. In altri casi il problema era, paradossalmente, opposto: l’eccesso di convivenza, magari in famiglie con rapporti conflittuali, o in spazi ridotti, in cui era difficile trovare concentrazione per lo studio, oppure anche solo un po’ di privacy; alcuni hanno effettuato per esempio i colloqui seduti in auto sotto casa, in bagno, in cortile…

In ambito lavorativo, la scomparsa degli “orari d’ufficio”, inizialmente, ha comportato un senso di affaticamento da parte del personale.

di Elisa Orlandotti

Foto di AdobeStock

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