Nata per salvare gli orsi imprigionati per il prelievo della bile, l’associazione Salviamo gli Orsi della Luna ha nel frattempo allargato il raggio d’azione.

In via San Felice a Bologna un piccolo infoshop fa da centro di divulgazione di antispecismo e veganismo, oltre a occuparsi del benessere dei plantigradi. È il quartier generale dell’associazione Salviamo gli Orsi della Luna, attiva dal 2009 nella protezione degli orsi tibetani sfruttati per il prelievo della bile: “È un fronte ancora aperto, si stima che in Asia ci siano tra i 15.000 e i 16.000 esemplari sottoposti al quotidiano prelievo di bile, tenuti in gabbie grandi quanto il loro corpo” spiega la presidente dell’associazione Natascia Pecorari, che aggiunge: “[…] la bile di orso contiene grosse quantità di acido ursodesossicolico, utile per la cura di patologie riguardanti fegato e cistifellea; viene quindi ricavato dagli animali per essere inserito nella preparazione di vari farmaci della medicina tradizionale cinese. È usato anche come ingrediente in bibite, shampoo e altri prodotti di largo consumo. Il punto è che esistono più di cinquanta alternative alla bile d’orso, sia di sintesi che erboristiche”.

Salviamo gli Orsi della Luna opera soprattutto come supporto ad Animals Asia Foundation, l’organizzazione asiatica che lotta su questo fronte da più di vent’anni. “In Italia ci occupiamo prevalentemente di sensibilizzazione e raccolta fondi; liberare e prendersi cura di questi orsi è un’attività molto costosa, il mantenimento di un centro di recupero si aggira sui quattro milioni di dollari all’anno” dice Pecorari. L’attivismo sta dando i suoi frutti: in Vietnam, grazie a un accordo col governo, dal 2022 il prelievo della bile verrà bandito; per ospitare i circa seicento orsi attualmente imprigionati nel paese un santuario verrà ampliato, mentre un altro verrà creato ad hoc. 

Malgrado il focus di Salviamo gli Orsi della Luna resti l’Asia, grazie al lavoro della responsabile relazioni esterne Carmen D’Aiello l’organizzazione ha allargato il suo raggio d’azione. Ora collabora con la ong animalista Four Paws e il network internazionale Save Albanian Bears; in questo modo ha contribuito, attraverso un team di veterinari e mezzi autorizzati per il trasporto animali, a salvare negli ultimi anni in Albania, Bulgaria e Lituania più di quaranta orsi, usati come attrazione e imprigionati in gabbie esterne a ristoranti, hotel e altre strutture turistiche; in alcuni casi venivano addirittura portati in spiaggia per i selfie coi bagnanti. Grazie al loro lavoro, a fine giugno sono arrivati nel nostro paese tre orsi lituani, che vivranno in un santuario in Abruzzo, visto che il troppo tempo passato in cattività rende impossibile liberarli nei boschi.

Date le criticità nostrane, l’organizzazione è attiva anche all’interno dei confini nazionali. Pecorari fa una distinzione tra la realtà abruzzese, dove la convivenza con l’orso marsicano sembra funzioni, e quella del Trentino, drammatica e caratterizzata da una assurda persecuzione dei plantigradi. L’attivista concede che l’area del Trentino in cui è stato reintrodotto l’orso è maggiormente antropizzata e popolata, ma è comunque convinta che la coesistenza uomo-orso sia possibile. “La Provincia autonoma di Trento spiega benissimo con un sito e materiale informativo come comportarsi quando si incontra un esemplare, quali azioni possono prevenire eventuali situazioni critiche. Per il loro bene è fondamentale non lasciare del cibo che li attragga e li inviti a ritornare regolarmente in aree considerate off limits dagli umani”. L’altra regola aurea è evitare il contatto quando ci si imbatte in un plantigrado, ma Pecorari fa notare che ogni episodio di cronaca, in un modo o nell’altro, ha avuto origine proprio dall’incoscienza degli esseri umani. Difficile darle torto: c’è il caso di KJ2, abbattuta nel 2017 per aver reagito all’aggressione con una bastonata da parte di un escursionista spaventato, o quello tristemente celebre di Daniza, soppressa nel 2014 per aver aggredito un presunto cercatore di funghi che si era incoscientemente avvicinato per osservare da vicino i suoi cuccioli. Come fa notare con amarezza Pecorari, in tutti questi casi l’incuranza degli escursionisti per le direttive ufficiali, oltre che per il generale buon senso, ricade sempre e comunque sugli orsi.

Quando il problema è legato alle aggressioni al bestiame, come nel caso di M49, la presidente fa notare che il progetto di ripopolamento prevede indennizzi agli allevatori. La Provincia autonoma di Trento, poi, mette a disposizione in comodato gratuito recinzioni elettrificate come deterrenti. “Comportandosi in modo razionale e usando gli strumenti previsti per risarcire i danni, la convivenza con un animale schivo, solitario e pacifico come l’orso sarebbe decisamente più facile. È un peccato che si preferisca un pugno di ferro basato sulla sua demonizzazione e persecuzione, puramente propagandistica, che non risolve affatto il problema”. In questi casi l’associazione prova a difendere i plantigradi anche attraverso le vie legali. “In passato abbiamo fatto un ricorso contro la cattura di KJ2 e in seguito alla sua uccisione abbiamo denunciato insieme ad altre associazioni che fanno parte del Coordinamento Life for Ursus – tra queste Animal Amnesty, Gaia, LAC, LIDA e OIPA – l’allora presidente della Provincia autonoma di Trento Ugo Rossi. È stato chiamato a processo, le udienze sono previste a settembre. Anche questo è un modo per far punire i responsabili ed evitare che in futuro incidenti simili vengano gestiti in un modo così barbaro e inutile”.

di Ale Pilo

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