“Di cosa mi occupo? Faccio il critico gastronomico”.

“Sì, va bene, ma di lavoro che cosa fai?”

Se rispondessi “domatore”, “sbandieratore” o “serial killer” desterei minor scalpore. Nell’ultima ipotesi, forse, sarei persino autorizzato a eliminare il quesito alla radice.

Qualche volta ne ho l’istinto. Ma non è necessario arrivare sino a tanto. Con gli anni, ho imparato a dribblare la questione opponendo risposte vaghe e nebulose. E contando sul sostanziale disinteresse degli interlocutori. Se si pone una domanda sulla vita dell’altro, è soltanto per una forma di capzioso bon ton. Quel che ne consegue, quindi, non è di alcuna rilevanza. A meno che non si sollevino le nebbie dell’indifferenza con una risposta imprevista. 

È un meccanismo sociopsicologico non lontano, tutto sommato, da quello che si innesca quando ci si dichiara vegani. Anche se in questa seconda circostanza si scatena una reazione decisamente più viscerale e urticante.

La maggioranza dei lettori di FunnyVegan conoscerà bene questo meccanismo. Vi sorprenderò comunicandovi che anch’io ne sono edotto per esperienza diretta, avendo messo in atto uno specifico esperimento giusto qualche settimana fa.

Vi dico di cosa si tratta. Ma, abbiate pazienza, occorre una rapida premessa. Anzi, una retromarcia in calendario per tornare al giorno in cui il direttore (o direttora?) della testata che mi ospita, Sonia Giuliodori, mi fece convocare per un dibattito pubblico in un contesto frastagliato e prestigioso: il Festival del Giornalismo Alimentare di Torino. Al tavolo dei relatori, siederò accanto a un collega (Luca Iaccarino) e a due celebri chef (Simone Salvini e Pietro Leemann). Si parlerà di lessico in relazione alla cucina vegana.

Bene. Il tema mi piace. La compagnia anche. Accetto volentieri. E, al principio della settimana, informo un collega che, per un intero giovedì, non mi troverà incollato alla scrivania come di consueto, dovendo partecipare al suddetto festival.

“Eh? Ma che cosa ci fai coi vegani?” mi apostrofa secco, come se avessi annunciato la mia presenza a un vertice dell’Isis.

Mai offrire il fianco a un vecchio dispettoso come me.

“Sono diventato vegano. Non lo sapevi? Non te l’avevo detto?”

Impossibile descrivervi l’espressione del mio interlocutore. Ma è in quell’istante che ho capito con precisione fisiognomica cosa intendeva Leopardi scrivendo: “Non so se il riso o la pietà prevale”.

Incuriosito da quella casuale testimonianza, ho deciso di approfondire la questione, dando seguito e sostanza a un piccolo test…

di Valerio M. Visintin

Foto di Jacob Sadrak e Carrol Cruz

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