Come il cibo coltivato in laboratorio libererà il pianeta dalla fame e dall’inquinamento

George Monbiot descrive, in un suo articolo apparso nelle scorse settimane sul Guardian, quello che sta accadendo nel mondo della produzione alimentare: “Siamo sull’orlo della più grande trasformazione economica da duecento anni a questa parte”. E ancora: “Dopo aver nutrito il genere umano per dodicimila anni – scrive l’editorialista inglese celebre per l’impegno ambientalista – l’agricoltura e l’allevamento saranno probabilmente sostituiti dalla fermentazione”.

Un assaggio di quello che sta succedendo ve lo abbiamo dato nello scorso numero di FunnyVegan, parlando della pionieristica impresa di due aziende – Solar Foods, in Finlandia, e Air Protein, in California – entrambe impegnate nella produzione di proteine sulla base dell’attività di alcuni batteri, utilizzando solo idrogeno, acqua ed energie rinnovabili.

Ma questa non è che la punta dell’iceberg, perché al loro fianco sono ormai numerosissime le startup che hanno deciso di scommettere in questa direzione. C16 Biosciences, a New York, produce con lo stesso sistema acidi grassi a catena lunga, ricchi in Omega-3: praticamente perfetti sostituti dell’olio di palma, completamente privi di ricadute per l’ambiente.

Air Co., sempre di New York, ed Endless West, californiana, si sono invece dedicate alla produzione di vino e superalcolici. La prima sta già spopolando nei bar della Grande Mela con la sua vodka prodotta dall’anidride carbonica, mentre la seconda ha recentemente messo sul mercato un vino bianco, un whiskey e un sakè tutti prodotti a partire dall’aria e dalla fermentazione batterica, senza che in alcuna fase del processo compaiano mai uva, grano o riso.

L’israeliana Future Meat Technologies, dal canto suo, sta lavorando alla produzione su larga scala di carne coltivata impiegando cellule staminali, così come Memphis Meats nel Tennessee, recentemente finanziata da investitori del calibro di Bill Gates e Richard Branson. Ma gli esempi si potrebbero citare a decine, da Finless Foods e Just, a San Francisco, a Higher Steaks nel Regno Unito.

Per non parlare della fake meat realizzata da materie prime di origine vegetale, una realtà che sempre più sta prendendo piede nei mercati di tutto il mondo e che ha persuaso i giganti della grande distribuzione e del fast food a riservarle sempre più spazio.

Ci sono poi aziende che hanno deciso di adottare un approccio “ibrido”, alla soluzione delle grandi crisi ambientali. Pur non facendo il grande salto dal campo al laboratorio, hanno però deciso di impegnarsi per sostituire tutte quelle materie prime la cui produzione ha un ormai insostenibile costo ambientale. Così Atomo!, azienda di Seattle, produce caffè senza utilizzare caffè. Gli aromi, il sapore e il colore della bevanda, consumata in miliardi di tazze (solo negli Stati Uniti se ne bevono 450 milioni al giorno), sono ottenuti grazie all’impiego di ingredienti naturali a basso impatto sull’ambiente come i semi di anguria e i gusci dei semi di girasole. E la californiana RightRice fa lo stesso con il riso: ovvero produce un alimento del tutto simile per forma, colore e sapore, ma da materie prime la cui coltivazione ha minori conseguenze per la biodiversità.

Quale che sia la strada scelta da queste rivoluzionarie aziende, un tratto le accomuna tutte: un miglioramento dal punto di vista dell’efficienza che non ha uguali nella storia della produzione alimentare moderna e che promette di avere ricadute positive senza precedenti per l’alimentazione umana, l’ambiente e la lotta alla fame nel mondo.

A parlare sono le cifre. Come sottolinea Monbiot nel suo articolo, la produzione di proteine, carboidrati e oli effettuata tramite la fermentazione batterica ha una resa energetica circa dieci volte superiore alla fotosintesi. Se si considera inoltre che nella normale agricoltura non tutte le parti della pianta coltivata (qualsiasi essa sia) possono essere mangiate, questa efficienza va ulteriormente moltiplicata. Il cibo sarà quindi molto più economico.

La produzione, poi, non avviene in campi aperti o in serre, ma in giganteschi serbatoi sigillati, senza che vi sia alcuno spreco di acqua e di energia, che per altro potrebbe essere fornita da fonti rinnovabili, come il vento o il sole, rendendo in tal modo le zone desertiche ideali per gli impianti produttivi. E non servono pesticidi, fertilizzanti o conservanti: il cibo sarà dunque più sano.

Nell’arco di pochi decenni milioni di ettari di campi coltivati a riso, soia, grano o palme per la produzione di olio potrebbero essere rinaturalizzati, e si potrebbe dire addio all’allevamento e all’itticoltura. Tanto che secondo il think tank RethinkX ci troviamo di fronte “[…] alla più grande opportunità dell’intera storia umana per il ripristino ambientale del pianeta”.

Le date perché questo possa davvero succedere sono sorprendentemente vicine: secondo Solar Foods, entro cinque anni al massimo il costo delle proteine prodotte in laboratorio sarà inferiore alla più economica fonte proteica presente sul mercato (attualmente, la soia del Sud America). Mentre per RethinkX fra il 2030 e il 2035 l’industria americana della carne e quella casearia saranno al collasso, con un crollo dei fatturati stimato al 90%.

Di Fabio Zaccaria

Foto di Memphis Meats

Questo articolo di FV N44 è stato caricato totalmente in chiaro in solidarietà digitale sperando di portare contenuti leggeri, interessanti e intelligenti a chi, come ciascuno di noi, resta a casa.

L’intera rivista cartacea è fruibile gratuitamente cliccando qui>>