Parlare di danze africane è un po’ come parlare di quelle europee: si va dalla tarantella al balletto della Scala, dai balli bretoni alla mazurca. Se consideriamo solo i balli africani tradizionali, ci troviamo di fronte a un patrimonio secolare in cui l’uomo riproduce i ritmi della natura e produce vibrazioni che lo stimolano a stare meglio, sia nell’anima che nel corpo. La danza in Africa assume diversi aspetti: curativi, celebrativi, cerimoniali, aggregativi. Difficilmente è competitiva. Una ragazza che cercava di insegnarci un ballo di gruppo per donne disse: “Voi ballate con i piedi, dovete ballare anche con il cuore”. Alla riduzione un po’ troppo semplicistica della nostra incapacità, ci ribellammo: “Noi balliamo con il cuore!” E lei rispose: “No, voi guardate dove mettere i piedi, invece dovete guardare dove mettere il cuore, avvicinarvi all’altra ballando”. Siamo migliorate molto, ma non abbiamo raggiunto la capacità tutta africana di perdersi nel ritmo e far ballare il cuore. Però, alla fine di ogni lezione, stavamo tutte meglio. 

Dal punto di vista del benessere, le danze tribali importate dall’Africa sono le più adatte per aumentare la tonicità del corpo, la capacità cardiaca e polmonare, nonché i livelli di serotonina, l’ormone del buonumore. Alcuni cognitivisti riconducono queste stimolazioni ritmiche alla gestazione: il nostro sentire per nove mesi quel tum-tum-tum che era il cuore della mamma ci risveglia qualcosa di magico quando sentiamo un tum-tum-tum di tamburo, magari basso e penetrante come quello di un bongo suonato a mani nude. Nella danza africana infatti si entra in maggiore contatto con il proprio ritmo profondo, con il battito del vicino che deve diventare battito di gruppo…

di Grazia Cacciola

Foto: Fotolia

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