È un periodo in cui possiamo andare negli USA solo con la fantasia o con i ricordi. Quindi, in un momento così tragico, ho pensato di raccontarvi una città che a me ha lasciato un segno e ha fatto riflettere parecchio sul significato della vita e della morte, perché quello che vi descrivo non è un viaggio come altri, non è un luogo come tanti. Ci sono città magiche in tutto il mondo. Città che senti differenti, che ti trasmettono un fascino che non sai descrivere, che ti prendono come un brivido sottopelle in una notte d’estate, quando la brezza sottile crea quella sensazione di pelle d’oca piacevole ma improvvisa. New Orleans è una di quelle città. Forse ne è la regina. Nera. Perché il suo appeal affonda nel melting pot di razze e tradizioni che la compongono e nelle leggende del voodoo, la magia venuta dall’Africa, che di notte diventa protagonista insieme al jazz e all’aura enigmatica che avvolge le sue radici.

New Orleans è una città unica, che resta dentro. Visitarla significa perdere un pezzo di cuore, significa immergersi nell’aroma di curry e spezie, nell’architettura creola; significa ricordare i racconti del mistero di Aloysius Pendergast ambientati in città o nel bayou e nelle sue paludi intricate, abitate da animali pericolosissimi come il coccodrillo e il serpente a sonagli, significa navigare sul Mississippi con i battelli a vapore o con le grandi navi da crociera, significa ascoltare il jazz e lo swing nei locali di culto o per la strada, nel French Quarter tra Bourbon e Canal Street, significa sentire quell’accento mellifluo del profondo Sud con la sua cantilena magnetica che cattura e trascina. 

New Orleans è la meraviglia fatta città; è lo stupore che si offre al turista senza domandare nulla in cambio se non la voglia di lasciarsi coinvolgere nel ritmo, lento o vertiginoso a seconda dei giorni e delle stagioni, dei vari festival che la animano. Non per nulla si dice che la città è “un invito permanente e con oltre centotrenta festival all’anno, c’è una festa per tutto e tutti”.

Sono arrivato in aereo con British –  ma si vola anche con Iberia o United –  il mezzo più comodo per raggiungere la città (dall’Italia si fa scalo in qualche hub degli States, voli diretti sono inesistenti ed è un peccato). Il New Orleans International Airport è comodo: trenta minuti di taxi e si arriva in centro senza mai fare svolte (a parte al Mercedes Benz Super Dome) lungo la drittissima Airline Drive; ma l’ingresso più suggestivo resta dal fiume, con una delle grandi navi o con i battelli che fanno la spola lungo il Mississippi e attraccano al Port of New Orleans, proprio a poche centinaia di metri dal Quartiere Francese e da Jackson Square, la piazza grande quanto un isolato edificata sullo stile di place des Vosges di Parigi che, con la sua statua equestre dedicata ad Andrew Jackson, è uno dei simboli della città.

di Fabrizio Mezzo

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