Qualcuno dice che anche la comunicazione sui temi sociali, compresi il vegan e le scelte cruelty free, alla fine è una forma di marketing. Invece di prodotti vendiamo un’idea e cerchiamo persone disposte ad abbracciarla. Il valore della causa è altissimo, ma nonostante tutto i vegani sono meno del 2% degli italiani e, quando se ne parla, si trova ancora una forte resistenza. Evidentemente il principio non è capace di vendersi da solo: quanto chiediamo è più che sensato, ma prevede una consistente modifica della società, tanto dei sistemi produttivi quanto delle abitudini di consumo. La strada è davvero in salita.

In questi tempi in cui i nostri detrattori coniano termini come “nazi-vegani” per screditare la scelta di rispettare e difendere tutte le forme di vita, che di nazista non ha ovviamente nulla, forse sarebbe meglio per molti attivisti e volontari fare un passo indietro e riflettere. Abbandonare lo scontro per capire cosa sta accadendo nella società ed elaborare nuove strategie. 

La complessità di questa sfida ci costringe sempre più a concentrarci sulla qualità della comunicazione, oltre che sulla quantità. Infatti la soluzione probabilmente non sta nel ripetere più spesso e a un volume più alto lo stesso mantra del “Go Vegan”, ma nel trovare altri modi per esprimerlo, per superare il primo muro di diffidenza, avvicinare e coinvolgere. E fortunatamente una parte del movimento animalista più moderno si sta preparando a questa sfida, affinando le politiche comunicative e utilizzando basi formative della psicologia, della sociologia e del marketing.

di Essere Animali

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